La crisi del 29 – Grande Depressione

2008 Marzo 18
by robertoscurto

La grande depressione, detta anche crisi del 1929, grande crisi o crollo di Wall Street, fu una drammatica crisi economica che sconvolse l’economia mondiale alla fine degli anni venti, con gravi ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. L’inizio della grande depressione è associato con la crisi del New York Stock Exchange (borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), a cui fece seguito il definitivo crollo della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero). La depressione ebbe effetti devastanti sia nei paesi industrializzati, sia in quelli esportatori di materie prime. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente, così come i redditi delle persone fisiche, il gettito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull’industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite, a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d’impiego.

 SECONDO GALBRAITH ECCO LE CAUSE:

  • Cattiva distribuzione del reddito
  • Cattiva struttura delle aziende industriali e finanziarie
  • Cattiva struttura del sistema bancario
  • Eccesso di prestiti a carattere speculativo
  • Errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancio e quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l’economia).
  • Dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti conobbero un periodo di prosperità e progresso trainata soprattutto dal settore automobilistico (che a sua volta ha trascinato con se altri settori come quello metallurgico, gomma, settore petrolifero, trasporti e edile). Sembrava essersi innescato un circolo virtuoso: l’alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti ed al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d’acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d’interesse.

    Una seconda contraddizione interna all’economia americana era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto per aumentare il proprio capitale. Si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli: all’aumento della domanda dei titoli si accompagnò quella delle quotazioni. A tutto questo va aggiunta la responsabilità degli uomini d’affari, rappresentanti di holding che detenevano portafogli d’azioni che avevano interesse affinché i corsi dei titoli si alzassero. Questi uomini effettuavano dichiarazioni ottimistiche e spingevano i risparmiatori all’acquisto di titoli. L’aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispondeva ad un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il crollo della borsa.

    La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole e soprattutto aveva investito i proprio risparmi in borsa. La loro uscita dal mercato indeboliva, quindi, proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quello dell’auto). Queste industrie cessarono di commissionare materiali a quelle operanti negli stessi settori, le quali dovettero ridurre il personale e ridurre i salari, provocando una contrazione anche nei settori dei beni di consumo (come quello agricolo).

    La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un’ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi. I licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono ad una elevata diminuzione delle domande di lavoro, bloccando quasi completamente l’economia americana. La produzione industriale scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.

    SECONDO LA SCUOLA AUSTRIACA

    Secondo Murray N. Rothbard , la causa principale sarebbe stata la politica monetaria tenuta dalla Federal Reserve a partire dalla sua creazione, proprio nel 1913. La continua espansione del credito ottenuta attraverso tassi tenuti artificialmente bassi e il successivo inevitabile rialzo dei tassi avrebbe causato una reazione a catena che ha portato poi al famoso martedì nero.

    In sintesi possiamo dire che secondo la Scuola austriaca le cause della crisi del ‘29 furono la politica inflazionistica (permessa anche dall’abbandono del sistema aureo classico) delle Federal Reserve iniziata negli anni ‘10 (ossia all’inizio della Prima guerra mondiale) combinata con un’eccessivo peso dello Stato culminato poi nel New Deal roosveltiano, che secondo gli austriaci non fu altro che la continuazione dell’interventismo del suo predecessore, Herbert Hoover

    FONTE:WIKIPEDIA

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